Archivio per la categoria ‘immagini di parole’

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Etica professionale

Gennaio 27, 2009

Oggi ero in macchina pensando a un futuro opzionale lavoro che mi capiterà (forse) di fare nei prossimi mesi.
Poi ho pensato come sarebbe imbarazzante incontrare qualcuno che conosco mentre lavoro.

Poi mi è venuto in mente di quella unica volta in cui ho incontrato una mia amica mentre stavo sfacchinando.
Ai tempi lavoravo in un negozio di vestiti abbastanza conosciuto ed era pure periodo di saldi, mi pare. Lei è arrivata con le sue cose e poi s’è messa lì da parte alla cassa e mi sussurrava “ma come sei figa vestita da lavoro, posso scoparti qua sulla cassa così?” e io intanto servivo le clienti.

Bello.

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YES WE CAN

Novembre 5, 2008

Discussione epica sulla diretta di sky tg delle elezioni americane 2008 under cut :D

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Notre Dame de Bangkok o La Filosofia Del Lasciarsi Andare

Settembre 27, 2008

Ero in un campo e stavo facendo volare un aquilone, che poi per finire era una persona (confuso).
Arrivavo in una città stile medievale; stradine strette, case alte e tutte vicine; dove aveva appena traslocato la Dani. Entravo da lei, che stava sistemando tutti i suoi the al piano di sopra, e mi diceva che dovevo andare assolutamente a trovare [nome che non ricordo], che era una persona importantissima tipo una regina o un’imperatrice, perché era in citta, ed era nostra parente (mia e della Dani).
Mentre ero in bagno, arrivava Daniele e sentivo che di sopra chiedeva in tono concitato alla padrona di casa se sapeva chi era quella che stava facendo volare l’aquilone nel campo poco prima.
Io uscivo e andavo in chiesa, all’interno della quale era stata allestita una sala da the thailandese per la mia facoltosa parente. C’era lei e la sua coorte, seduti su sedie, poltrone e divani di pregevole fattura, che chiacchieravano. Mi vedeva e riconosceva subito, ci salutavamo e stavamo a parlare per un po’ di tempo.
Ad un certo punto sparivano tutti, e io uscivo dalla sala da the e camminavo nella chiesa, che era una cattedrale gotica, con (credo) l’Alice e la Cry. In quel momento arrivava il mio professore di filosofia (o forse un altro che gli assomiglia, di cui però non posso fare il nome) travestito da prete, ubriaco, con la barba non fatta. Dopo un attimo che parlavamo mi baciava (!) e mi tirava su da terra (!) continuando a baciarmi. Io però lo fermavo e gli dicevo SIAMO IN CHIESA! e poi mi mettevo a ridere tantissimo, allora lui mi portava fuori e poi ci perdevamo.

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AEPISTOLA n° 1

Settembre 25, 2008

In cui mi rendo conto che quando sono malata divento più cinica del solito

Minusio, 25.09.08

Ieri ho passato una deliziosa serata al pronto soccorso in compagnia di un’infermiera gentilissima che mentre mi infilava una siringa tipo sigaro cubano nel braccio mi diceva “Ma come, ti fa male?? Eppure di solito ho il toccooo fataaaatooo!!!”. Non contenta, alla fine al posto del cerotto d’ordinanza mi ha incollato uno di quei nastri adesivi ospedalieri che quando togli levi anche 7 o 8 strati di epidermide.
Tutto ciò perché da domenica mi è iniziata una delle mie maledette otiti, che si è perforata, che poi ha preso anche l’altro orecchio, e ieri sera, due ore dopo aver preso la mia brava Ponstan 500, non mi aveva ancora fatto effetto. Ero a letto vestita, semisdraiata su un mucchio di cuscini e cercavo di concentrarmi su qualcosa, ma continuava a venirmi ossessivamente in mente quella canzone di Morrissey (non so se hai presente, il cantante degli Smiths, dovresti!) “Irish blood, English heart, this I’m made oooof, there is no one on earth I’m afraid oooof…”
E intanto mi faceva sempre più male, quando credevo di aver raggiunto la vetta, ce n’era ancora di peggio, come se avessi una barra di bronzo incandescente attorno alla testa e sentivo il mio cervello going all TWITCH AND DIE! Quindi quando è arrivata mia madre per vedere come stavo – finalmente!- le ho detto: – Non ce la faccio più! – (avrei voluto urlare ma è uscito solo un rauco bisbiglio). Allora siamo partite in macchina verso l’ospedale, io col mio stupido cappello tricoté in testa che non riuscivo a tenere gli occhi aperti e mi sentivo vagamente in un’altra dimensione
Irish blood, English heart, this I’m made of…
arriviamo al pronto soccorso e c’era lì della gente che mi guardava un po’ così O.O e mi veniva un po’ da ridere ma di più mi veniva da morire, quindi ho compilato il formulario che un incaricato (con una camicia con su scritto RAINBOW, che a ripensarci è un po’ sospetta) mi porgeva e sotto Osservazioni ho scritto:
Osservazioni: FA MALE!!!!!!
ridendo un po’ da sola mentre firmavo.
Poi mi sono seduta rannicchiata con la testa fra le mani e parevo un po’ l’Amleto, o forse una di quelle statue greche afflitte e tanto romantiche, ma in realtà mi scappava la pipì ed ero in un limbo di dolore e di non-tempo in cui tutto m’arrivava più o meno indistinto tranne che
Irish blood, English heart, this I’m made of….
e però poi ho il vago ricordo del fatto che ad un certo punto mi sono messa a comporre un pezzo latinoamericano e non era affatto male (ovviamente non ricordo assolutamente nulla di come suonasse). Dopo un po’, non ho concezione di quanto, ci hanno ammesso e sono entrata in uno di quei separé (ma non amorosi) dei medical TV-SHOWS e mi sentivo in HOUSE, e c’era una parte di me che era eccitata, non so bene quale (NON QUELLA, parlo del cervello) dato che tutto era più o meno in stato catalettico. È stato in quel momento che è apparsa lei.
Hai presente i Sackville-Baggins? Ecco, questa ci assomigliava, ma era un po’ più gentile, con occhiali, stessa statura, medico. Un modo di fare stranissimo, totalmente insicuro e come un po’ infantile. Vabbé, ah sì, ah sì, un antibiotico endovena, e la mia collega le ha già dato un Voltaren, giusto? Sì, sì, poi le facciamo anche un prelievo del sangue, tanto per essere sicuri, neh?
Irish blood, English heart-BASTA
Qui entra in scena la cara infermiera di cui ti parlavo all’inizio, che con la sua rude dolcezza ha lasciato un marchio su di me (sono abbastanza fiera del mio junkie-look).
Dopo avermi siringato mezzo litro di antibiotico in corpore, il mio livello di dolore si era abbassato da 10 a, diciamo, 7.3, così ho potuto andarmene a casa a farmi una bella sudata nel mio letto.
E adesso sono qui, non mi fa male, o poco poco, qualche fitta ogni tanto, e ho una calza rossa e una gialla, e ho scritto sei pagine di lettera, quasi.

Dio benedica il Voltaren.

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I sogni internazionali

Settembre 25, 2008

(…) C’era una crepa, sul muro vicino alla mia branda: io stringevo l’occhio e guardavo il fieno ed il grano; giorno e notte, notte e giorno col naso incollato al muro. Poi ho deciso di entrarci, dalla crepa, perché bisogna capire nella vita. E allora, una volta di là, a parte il sangue al naso, ho visto che i sassi crescono spontaneamente; ho visto che quando piove, piove dentro le persone; e ci sono poche cose, ma molto ben fatte, e tutti si fissano a guardarle. Anche le parole sono poche e si ripetono sempre le stesse. I colori sono diversi e cambiano forma, e soprattutto ronzano molte mosche, ah! se ne ronzano di mosche, ne ronzano un bel po’ di mosche. Però mi creda, Valeriana era pur sempre bella. Era bella come un fiore. Io e Valeriana facevamo i sogni più belli del mondo, al mattino, al pomeriggio, di sera. I nostri erano sogni internazionali, i più belli.

Epifanio Gilardi (Antonio Albanese)

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Amabili disquisizioni

Settembre 19, 2008

Paola scrive (18:06):
oggi vorrei strozzare qualcuno, ti capita mai???
Gatta d’ambra scrive (18:06):
molto spesso
Paola scrive (18:06):
uno in particolare
Gatta d’ambra scrive (18:06):
ancora più spesso
Paola scrive (18:07):
ma proprio voglia di vederlo steso al suolo a suon di pugni!
Gatta d’ambra scrive (18:07):
sisi conosco la sensazione
Gatta d’ambra scrive (18:08):
e poi camminarci sopra con scarpe piene di fango
Paola scrive (18:08):
tacchi a spillo!
Gatta d’ambra scrive (18:08):
specie su quel faccino da cazzo
Paola scrive (18:08):
pieni di fango
siiiii
io ti amo
sappilo
Gatta d’ambra scrive (18:08):
haha anche io
e se venerdì non ci sei ti vengo a pigliare

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L’email che mi ha fatto piangere

Settembre 15, 2008

scusa per averti lasciata a metà conversazione… é che per la prima volta stavo nella mia casa con la mia nuova coinquilina che non vedevo da tre mesi e avevamo un paio di cose da dirci…
capisco quello che intendi dire sul fatto che sei stufa di esser presa per buona casta pura eccetera, però guarda che in realtà é una cosa positiva, perché la gente con te non gioca, risvegli la loro parte migliore, e anche se questo porta a delle situazioni di merda come quella che stai vivendo forse ti protegge da cose ben peggiori. e poi sono convinta che così troverai quello che si prende veramente cura di te, non rifiuta le sue responsabilità e con te cresce, uno che possa essere una cosa seria, e non ti faccia perdere tempo in storielle. lo so che dici che a questo punto meglio le storielle, meglio qualche soddisfazione immediata e poche complicazioni, ma guarda che io ti conosco, tu non sei fatta per questo, sei una che si mette tutta in quello che fa, che ama, che va in profondità, non saresti contenta con delle storielle così. non sono solo parole vuote quelle che ti dicono che tu meriti di più, magari lo usan come scusa, però é vero. sto scrivendo di merda perché sono stanca e sembra che stia dicendo delle cose banali, ma il fatto é che tu non sei banale, non lo é la tua vita, e credo che tu meriti davvero uno che SAPPIA. che quando ti vede capisce, capisce te, che non ha paure infantili, che gli importa solo di te, perché sei il centro del suo mondo. e queste non sono cose così lontane, non sono cose che richiedono tempo, conoscersi, vedersi, frequentarsi. può cominciare domani, e fra tre giorni essere partito irrevocabilmente verso una vita che non sapevi di avere. se continuo di questo passo mi faranno scrivere un harmony e io dovrò suicidarmi. però sono sincera, ti voglio bene e vedo questo per te. mi spiace che sia un periodo così per te, sento acutamente il limbo che ti attraversa, e che tu mi creda o meno mi addolora, o come diavolo si dice in modo meno idiota.
buona notte piccola lizzie.
sogna
d.

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Miller e Thompson

Agosto 31, 2008

Mi sento solo un altro profugo della generazione dell’amore.

O forse un commesso viaggiatore, piuttosto che un profugo.

Ad ogni modo, feels great.

Sto cominciando ad aver una voglia assurda di partire per un trip senza destinazione predefinita in giro per l’Europa. Andare a trovare Sarah a Lisbona, poi Javier a Madrid (o Ibiza a dipendenza di dove si trova lui al momento), una sosta a Barça, un tour dell’Italia, un volo a Riga a trovare finalmente Markus… E poi per il resto ci si arrangia, si lavora quando si può, si dorme in posti più o meno marci, si vive a scrocco…

Forse non ce la farei, forse sì; fatto sta che se non lo faccio adesso, quando?

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Astronauta

Agosto 1, 2008

Se sono felice non riesco a scrivere.
Quando sono triste ed angosciata, quando il verme insidioso della depressione minaccia di rivoltarmi gli intestini, allora sì. Allora sì che tutto fila liscio, allora sì che la penna scorre e le emozioni desaturate sono facili da prendere ed inchiodare alla loro rispettiva croce di legno marcio. Perché una giornata grigia e umida sviluppa i funghi dell’ispirazione forti e invadenti, aromatici. Mentre invece il blu del cielo e la brezza tiepida del sole sono buoni solo ad essere guardati con grandi occhi incantati e desiderosi di inglobare tutto quel calore.
Nello stesso modo, la felicità quando mi colpisce non vuole essere lasciata andare, non vuole riflettersi, non si fa usare come mezzo creativo. Essere felici è per finire una stasi, un attimo di pausa; un’assenza di gravità momentanea e ugualmente improduttiva. In questo stato di dubbiosa corporeità non si riesce a raggiungere nessuna cosa e nessuna persona intorno a sé, o se lo si fa è con troppa irruenza per essere di qualsiasi utilità.

E così sto, chilometri e chilometri al di sopra dell’atmosfera.
Galleggio, e non so dove sarò domani.

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Copenhagen in un tot di avvenimenti

Luglio 25, 2008

Per esempio la prima sera quando siamo andati a mangiare cinese e dopo esserci rimpinzati di deliziosissimi involtini primavera, cane impanato e aglio afrodisiaco ci siamo visti passare davanti al ristorante un tizio con su un costume intero da donna. Il tipo si ferma davanti alla finestra e si TOGLIE IL COSTUME, rivelando un fantastico tatuaggio della Madonna su un fianco e poi se ne va.
Serata coronata da una Michela sull’orlo dell’indigestione che esclama: “Oh ma ho mangiato qualcosa di velenoso! C’era qualcosa di magico in questa cena!”

Oppure la nostra stanza all’ostello che era più o meno 4 metri per 4, con moquette ovunque e il più grosso quantitativo di polvere mai visto in un singolo spazio, con la luce automatica in bagno che non si spegneva mai e l’invasione di musicisti la sera per tentare di aprire la nostra finestra che si è poi spalancata in 3 secondi netti sotto il sapiente tocco di un ingegnere. E i nostri dirimpettai che giocavano a golf in un appartamento apparentemente infinito mentre facevano le polpette e guardavano una misteriosa partita di calcio esultando e ballando in giro. E gli ascensori che non arrivavano mai.

E poi quel primo concerto in quell’incrocio tra un museo e una serra, con le statue greche finte e un giardino di palme simil coloniale inglese sotto una volta da duomo, un caldo atroce e un palco minuscolo. E quel figo che piangeva mentre cantavo il mio solo. E quella signora che sorrideva contentissima mentre facevamo “Laudate Dio”, seduta accanto a un ragazzo con una camicia rosa e bretelle bianche che si reggeva le guance con le mani.

Oppure potrei dire di quel secondo concerto in cui la voce mi era andata a puttane ed ero in panico totale, eppure ce l’ho fatta ad emettere una cosa decente per tutto il tempo. Quel direttore brasiliano che era seduto in prima fila e faceva praticamente luce talmente era esaltato. Il nostro direttore “No ma se non ce la fai basta che me lo dici, tesoro mio bello!”.

E quella sera del concerto dei ghanesi? La gente che ci aveva sentito cantare ai concerti che si metteva ad applaudire quando passavamo “ah, it was BEAUTIFUL”. E poi io e la Crystal a ballare per strada e poi su per quattro piani di scale senza smettere un attimo, perché visto che non avevano ballato gli africani dovevamo sopperire noi in qualche modo.

Passare il songbridge seduta da parte a un Ivo esaltatissimo dal nostro successo, che mi raccontava mille aneddoti di tutta la gente che aveva conosciuto in quei giorni, quel direttore australiano che gli aveva chiesto se eravamo un coro professionale, quell’altro esperto che pensava fossimo i migliori bambini da tutto il mondo riuniti per l’occasione in un coro…

Poi dovrei ancora dire di quell’ora passata al Tivoli Garden con il direttore brasiliano dagli occhi d’ambra incontrato per caso e che ci ha chiesto di autografargli il cd, che mi ha fatto duemila complimenti, che mi ha accarezzata, rassicurandomi sul fatto che non ero per niente vecchia (sono la più vecchia del gruppo :D ) e che ha cantato con Milton Do Nascimento…

Del concerto all’opera di Copenhagen, delle 1500 persone che c’erano lì, di come i riflettori ti accecano quando sei lì tu, da sola, con una candelina in mano, e ti tremano le gambe… Di quando il pubblico fa una standing ovation a un coretto svizzero che in patria assolutamente nessuno si fila…

Un post troppo lungo, troppe cose da dire, un solo World Symposium on Choral Music a Copenhagen, una sola passione.