Archive for luglio 2008

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Pushing Daisies

luglio 28, 2008

Un’altro imperdibile, il telefilm più adorabile dell’anno: sicuramente divertente, vagamente frustrante, dalle sfumature supersature améliepoulainiche.
Insomma, teoricamente potreste anche guardarvelo tutto in un giorno solo, ci sono 9 puntate che durano un’ora l’una! Non vi anticipo niente sulla trama, ma vi farà piangere ridere sospirare cantare dire “ODDIO MA QUELLA L’HO GIÀ VISTA IN LITTLE SHOP OF HORRORS” e accartocciare il cervello dalla tenerezza.

Poi il protagonista figo (Lee Pace) ovviamente non guasta…

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Idee geniali

luglio 27, 2008

Gatta d’ambra scrive (17:28):
ho un’idea
uploadiamo dei NUDI su un sito di social network a nostra scelta!
Gatta d’ambra scrive (17:29):
no eh
Si tu pisses partout t’es pas Chanel du tout. scrive (17:30):
nudi integrali
?
Gatta d’ambra scrive (17:30):
vabbé per te sì
altrimenti non è che sia poi tanto osé
Si tu pisses partout t’es pas Chanel du tout. scrive (17:30):
ah ma dei nudi NOSTRI?
Si tu pisses partout t’es pas Chanel du tout. scrive (17:31):
nel senso
Gatta d’ambra scrive (17:31):
SII
Si tu pisses partout t’es pas Chanel du tout. scrive (17:31):
io nudo?
ahahhaa
ahaha ma fuck

[…]

facciamo un porno amatoriale?
Gatta d’ambra scrive (17:32):
eh ESAGERA ADESSO

Uomini! Porgi una mano e subito chiedono l’intero braccio 😄

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Copenhagen in un tot di avvenimenti

luglio 25, 2008

Per esempio la prima sera quando siamo andati a mangiare cinese e dopo esserci rimpinzati di deliziosissimi involtini primavera, cane impanato e aglio afrodisiaco ci siamo visti passare davanti al ristorante un tizio con su un costume intero da donna. Il tipo si ferma davanti alla finestra e si TOGLIE IL COSTUME, rivelando un fantastico tatuaggio della Madonna su un fianco e poi se ne va.
Serata coronata da una Michela sull’orlo dell’indigestione che esclama: “Oh ma ho mangiato qualcosa di velenoso! C’era qualcosa di magico in questa cena!”

Oppure la nostra stanza all’ostello che era più o meno 4 metri per 4, con moquette ovunque e il più grosso quantitativo di polvere mai visto in un singolo spazio, con la luce automatica in bagno che non si spegneva mai e l’invasione di musicisti la sera per tentare di aprire la nostra finestra che si è poi spalancata in 3 secondi netti sotto il sapiente tocco di un ingegnere. E i nostri dirimpettai che giocavano a golf in un appartamento apparentemente infinito mentre facevano le polpette e guardavano una misteriosa partita di calcio esultando e ballando in giro. E gli ascensori che non arrivavano mai.

E poi quel primo concerto in quell’incrocio tra un museo e una serra, con le statue greche finte e un giardino di palme simil coloniale inglese sotto una volta da duomo, un caldo atroce e un palco minuscolo. E quel figo che piangeva mentre cantavo il mio solo. E quella signora che sorrideva contentissima mentre facevamo “Laudate Dio”, seduta accanto a un ragazzo con una camicia rosa e bretelle bianche che si reggeva le guance con le mani.

Oppure potrei dire di quel secondo concerto in cui la voce mi era andata a puttane ed ero in panico totale, eppure ce l’ho fatta ad emettere una cosa decente per tutto il tempo. Quel direttore brasiliano che era seduto in prima fila e faceva praticamente luce talmente era esaltato. Il nostro direttore “No ma se non ce la fai basta che me lo dici, tesoro mio bello!”.

E quella sera del concerto dei ghanesi? La gente che ci aveva sentito cantare ai concerti che si metteva ad applaudire quando passavamo “ah, it was BEAUTIFUL”. E poi io e la Crystal a ballare per strada e poi su per quattro piani di scale senza smettere un attimo, perché visto che non avevano ballato gli africani dovevamo sopperire noi in qualche modo.

Passare il songbridge seduta da parte a un Ivo esaltatissimo dal nostro successo, che mi raccontava mille aneddoti di tutta la gente che aveva conosciuto in quei giorni, quel direttore australiano che gli aveva chiesto se eravamo un coro professionale, quell’altro esperto che pensava fossimo i migliori bambini da tutto il mondo riuniti per l’occasione in un coro…

Poi dovrei ancora dire di quell’ora passata al Tivoli Garden con il direttore brasiliano dagli occhi d’ambra incontrato per caso e che ci ha chiesto di autografargli il cd, che mi ha fatto duemila complimenti, che mi ha accarezzata, rassicurandomi sul fatto che non ero per niente vecchia (sono la più vecchia del gruppo :D) e che ha cantato con Milton Do Nascimento…

Del concerto all’opera di Copenhagen, delle 1500 persone che c’erano lì, di come i riflettori ti accecano quando sei lì tu, da sola, con una candelina in mano, e ti tremano le gambe… Di quando il pubblico fa una standing ovation a un coretto svizzero che in patria assolutamente nessuno si fila…

Un post troppo lungo, troppe cose da dire, un solo World Symposium on Choral Music a Copenhagen, una sola passione.

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Ultimo pensiero lucido della serata

luglio 15, 2008

Io ultimamente sto bevendo troppo.

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luglio 6, 2008

Odio quando la gente mi capisce, mi fa sentire così indifesa.

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William S. Burroughs

luglio 3, 2008

Cosa si può desiderare più che vivere come quest’uomo?

He visited lesbian dives, piano bars, and the Harlem and Greenwich Village homosexual underground with a wealthy friend from Kansas City, Richard Stern. They would drive from Boston to New York in a reckless fashion.

He picked up boys in steam baths in Vienna, and moved in a circle of exiles, homosexuals, and runaways. There, he met Ilse Klapper, a Jewish woman fleeing the country’s Nazi government. The two were never romantically involved, but Burroughs married her, in Croatia, against the wishes of his parents, in order to allow her to gain a visa to the United States. She made her way to New York City, and eventually divorced Burroughs, although they remained friends for many years

In 1951, Burroughs shot and killed his wife in a drunken game of “William Tell” at a party above the American-owned Bounty Bar in Mexico City. He spent 13 days in jail before his brother came to Mexico City and bribed Mexican lawyers and officials, which allowed Burroughs to be released on bail while he awaited trial for the killing, which was ruled culpable homicide.

During his later years in Kansas, Burroughs also developed a painting technique whereby he created abstract compositions by placing spray paint cans in front of, and some distance from, blank canvasses, and then shooting at the paint cans with a shot gun. These splattered canvasses were shown in at least one New York City gallery in the early 1990s.

give me a reckless life

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Del tornare a casa alle 5 del mattino

luglio 1, 2008

mentre infuria il peggior acquazzone degli ultimi due anni.

Dopo aver passato un’ora a dondolare su un’altalena con due delle persone a cui voglio più bene in questo momento.

Dopo che una delle mie persone preferite se n’è uscita con la frase da oscar “ma tu gli orologi li devi buttare via! Gli orologi sono solo una personificazione del padrone, che ti opprime con il suo avanzare, essere senza è essere liberi….”

Dopo che un tizio si è gettato per tre volte giù dal balcone.

Dopo che la gente si è messa a mangiare wurstel alle 2 del mattino.

Dopo tutto ciò scoppia un temporale viola e blu scuro, e la pioggia cade a cortine fittissime.

E allora ti nascondi sotto la chiglia di una nave, ma piove attraverso e quindi ti rifugi sotto il tetto di un ristorante, scoprendo che la tua giacca a vento non è impermeabile e dici “ma sì tra poco passa” e intanto la tua amica ruba una tovaglia da un tavolo per tenersi al caldo e se la porterà poi pure a casa. Allora tutti se ne vanno e tu ti prepari ad affrontare un buon quarto d’ora sotto quello che presumi essere il Diluvio Universale senza nessun tipo di riparo a parte la giacca a vento che non è impermeabile.

Rubi quindi un pezzo di lavagna a un ristorante e la usi per sfaldare il muro d’acqua mentre avanzi, le infradito che pur ne hanno viste di cotte e di crude sono basite di fronte a questa situazione, dopo 100 metri ti penti di non aver rubato l’ombrellone al ristorante, ma ormai è tardi e bisogna andare. Le pozzanghere per strada sono della misura di piccole piscinette per bambini, e quasi quasi potresti andare a casa a nuoto che magari ti bagneresti meno.

Dopo 10 minuti ti fermi sotto un balcone e cerchi di salvaguardare i 500 franchi che hai nel borsellino inflandoti la borsa nella maglietta, e sperando che qualcuno incontri la tua figura grottesca e si spaventi a morte. Abbandoni la lavagna per un telo simil militare rubato in un cantiere, ma che in realtà non si capisce bene se sia davvero impermeabile. Intanto i calzoni hanno assorbito talmente tanto che l’acqua ti arriva alle chiappe e ti chiedi confusamente se forse a Milano potresti  lanciare una nuova moda.

Maledici tutte le stradine che portano a Rivapiana che si sono trasformate in altrettanti rigagnoli che scendono inesorabilmente verso di te, ma più di tutti la salitona verso casa tua che è un vero e proprio Niagara e quasi si dovrebbe guadare per riuscire a passare. Eppure mentre sei lì che tentenni e inciampi, sai che in quel momento sei viva, che stai vivendo davvero e vorresti che in ogni momento si potesse sentire così il mondo. Arrivi finalmente a casa e temi che i tuoi ti abbiano chiuso fuori, pensando che non saresti tornata a dormire, come doveva essere, ma trovi la porta fortunosamente aperta. Ti asciughi alla bell’e meglio. Collassi sul letto.

Ti svegli col raffreddore.