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Copenhagen in un tot di avvenimenti

luglio 25, 2008

Per esempio la prima sera quando siamo andati a mangiare cinese e dopo esserci rimpinzati di deliziosissimi involtini primavera, cane impanato e aglio afrodisiaco ci siamo visti passare davanti al ristorante un tizio con su un costume intero da donna. Il tipo si ferma davanti alla finestra e si TOGLIE IL COSTUME, rivelando un fantastico tatuaggio della Madonna su un fianco e poi se ne va.
Serata coronata da una Michela sull’orlo dell’indigestione che esclama: “Oh ma ho mangiato qualcosa di velenoso! C’era qualcosa di magico in questa cena!”

Oppure la nostra stanza all’ostello che era più o meno 4 metri per 4, con moquette ovunque e il più grosso quantitativo di polvere mai visto in un singolo spazio, con la luce automatica in bagno che non si spegneva mai e l’invasione di musicisti la sera per tentare di aprire la nostra finestra che si è poi spalancata in 3 secondi netti sotto il sapiente tocco di un ingegnere. E i nostri dirimpettai che giocavano a golf in un appartamento apparentemente infinito mentre facevano le polpette e guardavano una misteriosa partita di calcio esultando e ballando in giro. E gli ascensori che non arrivavano mai.

E poi quel primo concerto in quell’incrocio tra un museo e una serra, con le statue greche finte e un giardino di palme simil coloniale inglese sotto una volta da duomo, un caldo atroce e un palco minuscolo. E quel figo che piangeva mentre cantavo il mio solo. E quella signora che sorrideva contentissima mentre facevamo “Laudate Dio”, seduta accanto a un ragazzo con una camicia rosa e bretelle bianche che si reggeva le guance con le mani.

Oppure potrei dire di quel secondo concerto in cui la voce mi era andata a puttane ed ero in panico totale, eppure ce l’ho fatta ad emettere una cosa decente per tutto il tempo. Quel direttore brasiliano che era seduto in prima fila e faceva praticamente luce talmente era esaltato. Il nostro direttore “No ma se non ce la fai basta che me lo dici, tesoro mio bello!”.

E quella sera del concerto dei ghanesi? La gente che ci aveva sentito cantare ai concerti che si metteva ad applaudire quando passavamo “ah, it was BEAUTIFUL”. E poi io e la Crystal a ballare per strada e poi su per quattro piani di scale senza smettere un attimo, perché visto che non avevano ballato gli africani dovevamo sopperire noi in qualche modo.

Passare il songbridge seduta da parte a un Ivo esaltatissimo dal nostro successo, che mi raccontava mille aneddoti di tutta la gente che aveva conosciuto in quei giorni, quel direttore australiano che gli aveva chiesto se eravamo un coro professionale, quell’altro esperto che pensava fossimo i migliori bambini da tutto il mondo riuniti per l’occasione in un coro…

Poi dovrei ancora dire di quell’ora passata al Tivoli Garden con il direttore brasiliano dagli occhi d’ambra incontrato per caso e che ci ha chiesto di autografargli il cd, che mi ha fatto duemila complimenti, che mi ha accarezzata, rassicurandomi sul fatto che non ero per niente vecchia (sono la più vecchia del gruppo :D) e che ha cantato con Milton Do Nascimento…

Del concerto all’opera di Copenhagen, delle 1500 persone che c’erano lì, di come i riflettori ti accecano quando sei lì tu, da sola, con una candelina in mano, e ti tremano le gambe… Di quando il pubblico fa una standing ovation a un coretto svizzero che in patria assolutamente nessuno si fila…

Un post troppo lungo, troppe cose da dire, un solo World Symposium on Choral Music a Copenhagen, una sola passione.

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