Archive for the ‘immagini di parole’ Category

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New York New York

gennaio 9, 2010

che se mai qualcuno volesse mandarmi a quel paese potrebbe farlo con classe cliccando qui!
http://www.artistswanted.org/maewe
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(casomai non aveste molta mira)

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Divagazioni topofantastiche

dicembre 6, 2009

Quanto cazzo è bella la Toscana?
Al mattino tra la bruma dicembrina, col sole appena sorto e le luci che tremolano sfiorando le nubi basse, posandosi sulle colline verdi e rosate in una festa d’oro.
E la notte, solo sagome indistinte di cipressi, di onde, di luci lontane in cima a colli solitari; che quasi non capisci “sogno o son desto” però sempre sai:
È la fottutissima Toscana.

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Etica professionale

gennaio 27, 2009

Oggi ero in macchina pensando a un futuro opzionale lavoro che mi capiterà (forse) di fare nei prossimi mesi.
Poi ho pensato come sarebbe imbarazzante incontrare qualcuno che conosco mentre lavoro.

Poi mi è venuto in mente di quella unica volta in cui ho incontrato una mia amica mentre stavo sfacchinando.
Ai tempi lavoravo in un negozio di vestiti abbastanza conosciuto ed era pure periodo di saldi, mi pare. Lei è arrivata con le sue cose e poi s’è messa lì da parte alla cassa e mi sussurrava “ma come sei figa vestita da lavoro, posso scoparti qua sulla cassa così?” e io intanto servivo le clienti.

Bello.

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YES WE CAN

novembre 5, 2008

Discussione epica sulla diretta di sky tg delle elezioni americane 2008 under cut 😀

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Notre Dame de Bangkok o La Filosofia Del Lasciarsi Andare

settembre 27, 2008

Ero in un campo e stavo facendo volare un aquilone, che poi per finire era una persona (confuso).
Arrivavo in una città stile medievale; stradine strette, case alte e tutte vicine; dove aveva appena traslocato la Dani. Entravo da lei, che stava sistemando tutti i suoi the al piano di sopra, e mi diceva che dovevo andare assolutamente a trovare [nome che non ricordo], che era una persona importantissima tipo una regina o un’imperatrice, perché era in citta, ed era nostra parente (mia e della Dani).
Mentre ero in bagno, arrivava Daniele e sentivo che di sopra chiedeva in tono concitato alla padrona di casa se sapeva chi era quella che stava facendo volare l’aquilone nel campo poco prima.
Io uscivo e andavo in chiesa, all’interno della quale era stata allestita una sala da the thailandese per la mia facoltosa parente. C’era lei e la sua coorte, seduti su sedie, poltrone e divani di pregevole fattura, che chiacchieravano. Mi vedeva e riconosceva subito, ci salutavamo e stavamo a parlare per un po’ di tempo.
Ad un certo punto sparivano tutti, e io uscivo dalla sala da the e camminavo nella chiesa, che era una cattedrale gotica, con (credo) l’Alice e la Cry. In quel momento arrivava il mio professore di filosofia (o forse un altro che gli assomiglia, di cui però non posso fare il nome) travestito da prete, ubriaco, con la barba non fatta. Dopo un attimo che parlavamo mi baciava (!) e mi tirava su da terra (!) continuando a baciarmi. Io però lo fermavo e gli dicevo SIAMO IN CHIESA! e poi mi mettevo a ridere tantissimo, allora lui mi portava fuori e poi ci perdevamo.

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AEPISTOLA n° 1

settembre 25, 2008

In cui mi rendo conto che quando sono malata divento più cinica del solito

Minusio, 25.09.08

Ieri ho passato una deliziosa serata al pronto soccorso in compagnia di un’infermiera gentilissima che mentre mi infilava una siringa tipo sigaro cubano nel braccio mi diceva “Ma come, ti fa male?? Eppure di solito ho il toccooo fataaaatooo!!!”. Non contenta, alla fine al posto del cerotto d’ordinanza mi ha incollato uno di quei nastri adesivi ospedalieri che quando togli levi anche 7 o 8 strati di epidermide.
Tutto ciò perché da domenica mi è iniziata una delle mie maledette otiti, che si è perforata, che poi ha preso anche l’altro orecchio, e ieri sera, due ore dopo aver preso la mia brava Ponstan 500, non mi aveva ancora fatto effetto. Ero a letto vestita, semisdraiata su un mucchio di cuscini e cercavo di concentrarmi su qualcosa, ma continuava a venirmi ossessivamente in mente quella canzone di Morrissey (non so se hai presente, il cantante degli Smiths, dovresti!) “Irish blood, English heart, this I’m made oooof, there is no one on earth I’m afraid oooof…”
E intanto mi faceva sempre più male, quando credevo di aver raggiunto la vetta, ce n’era ancora di peggio, come se avessi una barra di bronzo incandescente attorno alla testa e sentivo il mio cervello going all TWITCH AND DIE! Quindi quando è arrivata mia madre per vedere come stavo – finalmente!- le ho detto: – Non ce la faccio più! – (avrei voluto urlare ma è uscito solo un rauco bisbiglio). Allora siamo partite in macchina verso l’ospedale, io col mio stupido cappello tricoté in testa che non riuscivo a tenere gli occhi aperti e mi sentivo vagamente in un’altra dimensione
Irish blood, English heart, this I’m made of…
arriviamo al pronto soccorso e c’era lì della gente che mi guardava un po’ così O.O e mi veniva un po’ da ridere ma di più mi veniva da morire, quindi ho compilato il formulario che un incaricato (con una camicia con su scritto RAINBOW, che a ripensarci è un po’ sospetta) mi porgeva e sotto Osservazioni ho scritto:
Osservazioni: FA MALE!!!!!!
ridendo un po’ da sola mentre firmavo.
Poi mi sono seduta rannicchiata con la testa fra le mani e parevo un po’ l’Amleto, o forse una di quelle statue greche afflitte e tanto romantiche, ma in realtà mi scappava la pipì ed ero in un limbo di dolore e di non-tempo in cui tutto m’arrivava più o meno indistinto tranne che
Irish blood, English heart, this I’m made of….
e però poi ho il vago ricordo del fatto che ad un certo punto mi sono messa a comporre un pezzo latinoamericano e non era affatto male (ovviamente non ricordo assolutamente nulla di come suonasse). Dopo un po’, non ho concezione di quanto, ci hanno ammesso e sono entrata in uno di quei separé (ma non amorosi) dei medical TV-SHOWS e mi sentivo in HOUSE, e c’era una parte di me che era eccitata, non so bene quale (NON QUELLA, parlo del cervello) dato che tutto era più o meno in stato catalettico. È stato in quel momento che è apparsa lei.
Hai presente i Sackville-Baggins? Ecco, questa ci assomigliava, ma era un po’ più gentile, con occhiali, stessa statura, medico. Un modo di fare stranissimo, totalmente insicuro e come un po’ infantile. Vabbé, ah sì, ah sì, un antibiotico endovena, e la mia collega le ha già dato un Voltaren, giusto? Sì, sì, poi le facciamo anche un prelievo del sangue, tanto per essere sicuri, neh?
Irish blood, English heart-BASTA
Qui entra in scena la cara infermiera di cui ti parlavo all’inizio, che con la sua rude dolcezza ha lasciato un marchio su di me (sono abbastanza fiera del mio junkie-look).
Dopo avermi siringato mezzo litro di antibiotico in corpore, il mio livello di dolore si era abbassato da 10 a, diciamo, 7.3, così ho potuto andarmene a casa a farmi una bella sudata nel mio letto.
E adesso sono qui, non mi fa male, o poco poco, qualche fitta ogni tanto, e ho una calza rossa e una gialla, e ho scritto sei pagine di lettera, quasi.

Dio benedica il Voltaren.

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I sogni internazionali

settembre 25, 2008

(…) C’era una crepa, sul muro vicino alla mia branda: io stringevo l’occhio e guardavo il fieno ed il grano; giorno e notte, notte e giorno col naso incollato al muro. Poi ho deciso di entrarci, dalla crepa, perché bisogna capire nella vita. E allora, una volta di là, a parte il sangue al naso, ho visto che i sassi crescono spontaneamente; ho visto che quando piove, piove dentro le persone; e ci sono poche cose, ma molto ben fatte, e tutti si fissano a guardarle. Anche le parole sono poche e si ripetono sempre le stesse. I colori sono diversi e cambiano forma, e soprattutto ronzano molte mosche, ah! se ne ronzano di mosche, ne ronzano un bel po’ di mosche. Però mi creda, Valeriana era pur sempre bella. Era bella come un fiore. Io e Valeriana facevamo i sogni più belli del mondo, al mattino, al pomeriggio, di sera. I nostri erano sogni internazionali, i più belli.

Epifanio Gilardi (Antonio Albanese)